Donne della cultura Barocca (parte II)

download (1)Nel Seicento diviene vera e propria moda l’intrecciarsi di scambi epistolari tra donne di cultura e filosofi di alto livello. Era una consuetudine che rinviava a procedure reverenziali e dedicatorie tipiche di quel tempo, ma implicava comunque una nuova e diversa collocazione delle donne dotte e letterate nei confronti di Scienza e Filosofia, soprattutto perché spesso, oltre a procurarsi riconoscimenti e benevolenze, i filosofi intrecciavano vere e proprie discussioni con le nobildonne amiche di penna. Un esempio di questi carteggi ad elevato contenuto culturale è una delle Lettere copernicane di Galileo Galilei indirizzata nel 1615 a Cristina di Lorena. Lo scienziato, già nel mirino dell’inquisizione, intendeva dimostrare a Cristina come le sue idee scientifiche non fossero in contrasto con la fede religiosa.

490px-1636_Elisabeth_of_BohemiaAncora più rilevante fu il rapporto epistolare tra la principessa palatina Elisabetta di Boemia, celebre per la sua conoscenza delle lingue e la sua passione per le lezioni di anatomia che seguiva assiduamente, e il famoso filosofo e matematico René Descartes: ci restano 26 lettere della principessa e 33 del filosofo che costituiscono un vero e proprio antefatto e commento del Trattato delle Passioni dell’anima pubblicato da Descartes nel 1649 ma i contenuti, molto vari e di estremo acume delle lettere di Elisabetta, sono stati perlopiù ignorati o comunque sottostimati dagli storici, rispetto a quelli presenti nelle lettere del filosofo. I Principi di filosofia pubblicati nel 1644 però erano già stati dedicati ad Elisabetta, ciò lascia intendere che si tratta di argomenti ampiamente dibattuti con la principessa, e non è eccessivo pensare che gli sforzi argomentativi di Descartes si concentrino proprio sui punti di cui chiedeva delucidazione la donna nelle sue lettere – l’unione nell’uomo tra anima e corpo, l’ipotesi di anima come qualcosa di materiale – per cercare di dare una risposta razionale e compiuta alle osservazioni fatte da Elisabetta che godeva di un acuto senso critico.

imageIn tema di donne cartesiane da ricordare anche l’opera di Giuseppa Eleonora Barbapiccola, allieva di Giambattista Vico, che tradusse in italiano i “Principi della filosofia” di Descartes, premettendovi un introduzione in cui manifestava il timore che un opera filosofica di così alto valore risultasse sminuita dalla traduzione fattane da una donna, poiché l’opinione comune aveva ritenuto l’intelletto femminile inadeguato a pensare secondo i principi della Ragione. A tale opinione la Barbapiccola oppone la presenza nella storia di alti ingegni femminili.

Ovunque le trasformazioni sociali avevano posto le premesse per una più ampia e consapevole partecipazione delle donne alla vita politica, artistica e culturale, eppure molte di loro conducevano ancora una vita mortificante, escluse dagli alti livelli si istruzione e da ogni ruolo significativo e consegnate vita natural durante al matrimonio o alla clausura. Le donne vivevano recluse in casa, con finestre sbarrate e divieto di conversare con estranei. Quando uscivano per entrare in chiesa o per commissioni erano accompagnate da altre donne, di solito anziane. Nacque quindi un dibattito, che spesso era un accanita disputa, in merito alle capacità ed ai ruoli sociali della donna e circa il concetto di inferiorità che rinviava a pregiudizi e ideologie antiche della cultura occidentale, ma ancora in auge a quei tempi. Fu ad esempio dato alle stampe nel 1599 un testo dal titolo “I donneschi difetti” dell’abate Tondi e ne “Il cavaler e la dama” il Cardinale De Luca nel 1675, con considerazioni giuridiche e politiche, ribadiva la necessità di non “incrinare consuetudini secolari” e mantenere taluni diritti solo per le donne di alto rango, che li acquisivano grazie ai mariti.

Alle tesi sull’ontologica inferiorità della donna rispetto all’uomo molte donne di cultura risposero con saggi e opuscoli, tra cui ricordiamo: “Il merito delle donne” di Moderata Fonte (Modesta Pozzo) in cui tre donne Corinna Virginia e Cornelia parlano liberamente dei loro problemi e desideri, lontane dalla presenza maschile, in casa di Lenora, una giovane vedova. Il dialogo si conclude con questi versi:

“S’ornano il ciel le stelle,

ornan le donne il mondo,

con quanto è in lui di bello e di giocondo.

E come alcun mortale

viver senz’alma e senza cor non vale

tal non pon senza d’elle

gli uomini aver per se medesimi aita

chè è la donna de l’uom cor, alma e vita

downloadL’opera di Lucrezia Marinelli “La nobiltà e l’eccellenza delle donne co’ i difetti et mancamenti degli uomini” è esemplare come critica filosofica e parte dalla concezione della donna in Platone ed Aristotele, con riferimenti a Diogene, Laerzio e Plutarco, e conclude per la sostanziale uguaglianza fisica e metafisica fra uomo e donna postulata dai filosofi (con un occhio di riguardo per Platone che destinava le donne agi stessi impieghi degli uomini). La Marinelli si sofferma sulle diverse variazioni del mito delle Amazzoni e sulle donne celebri nel tempo, argomentando la sua tesi con rigore storico e logica impeccabile “Credono alcuni, poco pratici delle istorie, che non ci siano state, né ci siano donne nelle scienze e nelle arti perite, e dotte. E questo appresso loro pare impossibile. Ne si possono ciò dare ad intendere ancor che lo veggano, e odano tutto il giorno, persuadendosi che Giove abbia dato l’ingegno, l’intelletto, ai maschi solamente, lasciandone le donne, ancor che della medesima specie, prive. Ma se quelle hanno la medesima anima ragionevole che ha l’uomo, come di sopra ho mostrato chiaramente (…) possono imparare le medesime arti, e scienze, le quali imparano gli uomini e anzi quelle poche che alle dottrine attendono, divengono tanto delle scienze onorate che gli uomini le invidiano, o le odiano, come sogliono odiare i minori i maggiori.”

Altra figura di spicco della cultura barocca è la veneziana Arcangela Tarabotti suora benedettina che con lo pseudonimo di G. Barcitotti proponeva la sua visione del mondo femminile e femminista all’interno del claustro. A quel tempo, per evitare che i patrimoni delle famiglie patrizie si dividessero tra troppi figli e che il numero degli aristocratici crescesse troppo era invalsa la consuetudine di relegare al chiostro la gran parte delle fanciulle di buona famiglia, e così Arcangela. Tra le sue opere la più polemica è La semplicità ingannata o Tirannia paterna (pubblicata postuma nel 1654 e messa ben presto all’Indice, poiché esprimeva una dura protesta contro la clausura inflitta alle suore, in particolare a quelle che prendevano i voti in giovane età sotto l’influenza paterna) Inferno monacale, Paradiso monacale, Difesa delle donne contro Orazio Plata, Antisatira. Quest’ultima è una risposta, sollecitata alla Tarabotti da un gruppo di donne veneziane che si erano sentite offese dal panphlet di Buoninsegni “Contro il lusso donnesco”, nella quale la suora, al moralismo maschile che criticava l’ingombrante e sfarzoso abbigliamento femminile, contrappone argomenti taglienti: accusa gli uomini di criticare le donne dopo averle per secoli private di istruzione, di essere altrettanto e più vanitosi, di risparmiare sulle mogli per spendere con le prostitute.

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Un altra suora, nel lembo estremo dell’impero transoceanico di Filippo IV, ha una storia altrettanto esemplare e interessante: la messicana Juana Inés de la Cruz, poetessa, filosofa e religiosa. Nata in una modesta famiglia, studia con il nonno e trasferitasi giovane a città del Messico divenne damigella d’onore della Viceregina la Marchesa di Mancera e, nel 1667 secondo la consuetudine che imponeva alle donne il matrimonio o i voti, entrò come novizia prima nel Convento delle Carmelitane Scalze e poi in quello meno severo delle Suore Girolamine. Molto apprezzata per la sua cultura, riuscì a far si che il Parlatorio del convento diventasse un vero e proprio luogo d’incontro per personalità di corte e letterati, la sua cella una vera e propria biblioteca, tanto che dovette aquistare altri locali del convento per riporvi libri e strumenti scientifici e musicali con i quali studiava e si esercitava. I sui Padri confessori non vollero per questo più frequentarla, ma lei non perse mai la protezione della corte, specie quando il Viceregno passò a Maria Luisa Gonzaga. Suor Juana scrisse commedie di argomento profano, opere erudite e poesie che ebbero uno straordinario successo e sono tra le più rappresentative del tardo barocco spagnolo, finché fu esortata dal Vescono di Santa Cruz alla modestia, o almeno a rimanere nella sfera della letteratura religiosa. La donna diede così una svolta alla sua esistenza, donò la biblioteca e i suoi strumenti di studio e si dedicò unicamente ad opere di carità, firmando col sangue una dichiarazione di sottomissione a dio, pronta a seguire il suo cammino. Morì alla fine del secolo durante una pestilenza e fu una personalità unica e tragica, suora per poter studiare, rinunciò allo studio per ossequio all’autorità ecclesiastica.

Biblio:

Galileo Galilei Lettere a Cristina di Lorena Mancosu ed. Roma

Reneè Descartes Lettres sur la morale

Giuseppa Eleonora Barbapiccola – trad di Reneè Descartes I principi della filosofia” Torino 1722

Ginevra Conti Odorisio Donna e società nel Seicento Bulzoni ed. Roma

Lucrezia Marinelli Rime

Suor Juana Ines de la Cruz Poesie

Riccardo Campa Profilo della cultura spagnola Rizzoli, Roma

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Le donne nel secolo Barocco – parte I

Il Concilio di Trento lasciò l’Europa divisa tra due cristianesimi irrigiditi e in contrapposizione, la Guerra dei trent’anni (1618-1648) polarizzò i conflitti, epidemie e peste si svilupparono un po’ dappertutto: lo spirito utopistico rinascimentale venne offuscato da pessimismo, fatalismo e da un oscura tetraggine.

Il Barocco fu un secolo caratterizzato da un senso di orrore paura e morte ma, contemporaneamente, si attuò un sostanziale allargamento dell’alfabetizzazione (col fine di una più ampia evangelizzazione) almeno al livello elementare, che coinvolse anche le bambine. Fu un processo lento, ma capillare, anche se i livelli più qualificati erano comunque sempre riservati a poche donne di estrazione aristocratica o borghese, che avevano un precettore privato. E’ comunque in questo secolo che si cominciano a registrare le prime significative presenze di intelletti femminili tra le autorità culturali, mentre tra le politiche non possiamo non ricordare Elisabetta I  alla guida d’Inghilterra e Irlanda dall’età di 25 anni fino alla sua morte, 44 anni dopo.

La letteratura di autrici donne sul problema istruzione è presente durante tutto il secolo. A quei tempi una fanciulla nobile, ai fini di un buon matrimonio, doveva saper parlare, vestirsi, danzare, suonare uno strumento e avere qualche nozione di letteratura. Le ragazze borghesi imparavano anche la matematica elementare e la contabilità.

0601Possiamo citare nel dibattito le operette di M.lle de Gournay “Egualitè des hommes et des femmes” del 1622 e “Grief des dams” del 1626, il trattato “S’il est necessaire ou non que les filles soient savantes” della studiosa olandese Anna Maria van Schurmann e i pamphlet polemici di Mary Astell “A serious Proposal to the lady for the advancement of their trou and   greater interest. By a lover of her sex”; “Some reflections upon Marriage” dove critica la coazione al matrimonio di cui erano vittime le ragazze e le donne del tempo, terrorizzate all’idea di  rimanere zitelle e quindi pressate dal bisogno di trovare comunque marito; “The Christian Religion. As profess’d by a daughter of the church of England” nel quale nota: “Dato che gli storici appartengono al sesso maschile raramente si degnano di registrare le grandi e nobili azioni compiute dalle donne; e quando ne danno notizia, lo fanno aggiungendo questa saggia osservazione: che quelle donne hanno agito ponendosi al di sopra del loro sesso. E con ciò possiamo intuire quel che vogliono far capire ai loro lettori: che quelle grandi azioni non furono delle donne a compierle, bensì degli uomini in gonnella!”

img-gen8In Italia, oltre alla grandiosa personalità di Teresa d’Avila di cui si è già parlato, ricordiamo la religiosa e mistica Orsola Benincasa, fondatrice della comunità femminile laica che dai lei prese il nome e del ricovero per fanciulle e donne benestanti nella città di Napoli. Durante il regno di Luigi XIV mentre nei monasteri e nelle provincie si respirava l’austera spiritualità della riforma cattolica e il diffondersi del gesuitismo e del giansenismo, nelle grandi città si affermavano nuovi orientamenti culturali agli antipodi, come il libertinismo, che già anticipa temi illuministi e settecenteschi.

Da una parte Port-Royal, dall’altra i Salons di Parigi.

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L’Ancient régime fu infatti l’età dell’oro di una ricca vita mondana, organizzata prevalentemente da donne, che si svolgeva nei Salons – quando ancora le academies erano per soli uomini – situati negli Hotels (palazzi) appartenenti a note famiglie nobili e borghesi, nei quali ci si intratteneva con discussioni intellettuali, nuove idee e uno snobismo di fondo di cui gusti letterari e modi di vestire divennero un segno tangibile. Già nel ’500 era famoso il Salotto di Madeleine des Roches, rimasta precocemente vedova e in seguito divennero molto famosi alcuni salotti animati da donne di cultura raffinatissima

Mme_de_Rambouillet

Prima tra tutte la Marchesa M.me de Rambouillet che aveva una vera e   propria scuola di “urbanità” nel suo salotto, dove riceveva gli ospiti – tra  cui Balzac – distesa sul letto della sua chambre bleue.

Madeleine de Scudery

Sua seguace, Madeleine de Scudery, premio eloquenza all’Academie  Francaise, fu ammessa all’università di   Padova nonostante i 9 posti riservati alle  donne fossero già tutti occupati. Scrisse  ella stessa romanzi che ebbero ampia   diffusione – Le grand Cyrus ebbe 6   ristampe – e fu nel suo salotto che venne   lanciata la moda del preziosismo –preso   in giro da Moliere nel suo Precieueses   ridicules – che contribuì in modo deciso al  diffondersi di opere e pubblicazioni di  autori che glorificavano la donna, il suo fascino, le sue conoscenze:la femme generouse, la femme heroique, le triomphe des dames, panegirique des dames, merite des dames e via così.

Madame de Sable

Molti altri ancora furono i salotti che con sfumature diverse (pedanti, libertini, accademici, preziosi, moralisti, letterari) connotarono quest’epoca, come quelli di M.me de Sablè frequentato da Pascal e La Rochefoucauld e quello della Marchesa di Sevegné.

Madame de Sevigne

Mentre in quello della cortigiana Ninon de Lenclose erano di casa la romanziera M.me de Lafayette, Cristina di Svezia e, secondo Voltaire, anche il Cardinale Richelieu.

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11 aprile 2014 · 13:59

Umanesimo e rinascimento (parte II) – Le petrarchiste del ’500

Tra il XV e il XVI secolo, il culto della grazia dell’ingegno e dell’armonia comincia ad avere timidi effetti anche sulla condizione della donna. In realtà, come accade sempre nei periodi di mutamento, alla donna è richiesto il doppio sforzo, e cioè assolvere due compiti: quello di donna e quello di uomo. Masuccio Saleritano nel suo “Novellino” all’interno dell’orrida selva del muliebre sesso, colloca un “Sacrario della Pudicizia” abitato dalle donne di casa Aragona, uniche ad aver superato la loro natura femminea: non più quindi donne, ma un po’ meno che uomini. Il famoso storico svizzero Burckhardt può infatti affermare che “La lode più alta che potesse essere concessa alle grandi donne era di possedere mente e coraggio degli uomini”, il temine “virago” allora utilizzato unicamente con accezione positiva, ne è testimonianza.

L’Umanesimo e il Rinascimento pullulano di teorie e trattati sulla donna, con tematiche che variano dai problemi del matrimonio alla della gestione familiare e all’onestà, gli autori sono quasi sempre chierici o ecclesiastici, con un impostazione piuttosto misogina. Non è un caso che famosi testi scritti da uomini che parlano della donna come elemento costitutivo della società -I colloqui di Erasmo; Il Cortigiano, il Decameron – ebbero numerose correzioni da parte della Censura.

Lucrezia Borgia

Lucrezia Borgia

Vittoria Colonna - Jules Lefèvre

Vittoria Colonna – Jules Lefèvre

Molto spesso delle donne che avevano la possibilità di gestire una parte del potere maschile, nella politica o nella cultura, si diceva fossero di facili costumi, come ad esempio Lucrezia Borgia, figlia illegittima del papa Alessandro V e Vannozza Cattanei, mecenate e protettrice di artisti come Ariosto e Bembo. Tra le poetesse e letterate del ‘500 ricordiamo Vittoria Colonna (1490-1547) la più famosa del periodo, soprattutto per il circolo che animava e che annoverava tra gli altri Michelangelo Buonarroti che di lei scrisse “Un uomo in una donna, anzi uno dio,” e che le dedicò rime e sonetti in sua lode alle quali la donna, tormentata dalla passione d’amore per un marito bello ed arido e poi dal dolore per la sua morte, rispondeva con sonetti di argomento religioso. Alla sua morte il devoto ammiratore, che non smise mai di vegliarla, superando la differenza di genere, per il dolore di quella perdita scrisse: “Morte mi tolse un grande amico”.

Vittoria Colonna -Ritratto

Vittoria Colonna -Ritratto

Gaspara Stampa

Gaspara Stampa

Ancora, la veneta Gaspara Stampa, cortigiana veneziana molto colta, che raggiunse un alto rango sociale e scrisse intense rime d’amore non corrisposto, un amore vissuto come come spinta metafisica dell’esistenza; Veronica Gambara (1485-1550) autrice di rime di argomento platonizzante in stile petrarchesco; Isabella di Morra (1520-1589) uccisa dai fratelli che scoprirono una corrispondenza segreta tra lei e il poeta spagnolo Diego Sandoval de Castro, nel castello di famiglia in Basilicata, ora visitabile come “parco letterario” (http://www.aptbasilicata.it/Parco-letterario-Isabella-Morra.527.0.html).  E poi Tullia d’Aragona, Laura Battiferri, Veronica Franco, Isabella d’Este, Laura Terracina (che col nome di Febea fu membro dell’Accademia degli Incogniti), Lucrezia di Raimondo, Chiara Matraini. A conclusione di questa parziale lista di poetesse italiane, due versi di Modesta Pozzo (più conosciuta come Moderata Fonte) che morì a soli 37 anni, poco dopo aver concluso il suo “Il merito delle donne” dove si discute di pregi femminili e difetti maschili, primo tra tutti l’uso della forza per tenere la donna in stato di soggezione.

“Libero cor nel petto mio soggiorna

non servo alcun, né d’altrui son che mia”

La regina Margot

La regina Margot

All’ estero figure di grande rilevanza del periodo sono Margherita di Navarra (1492-1549) sorella del Re di Francia, poetessa, moralista, mistica e umanista, che scrisse rime e prosa e leggeva Dante in Italiano, Platone in greco, Lutero in Tedesco, e fu interlocutrice diretta di Calvino e Marie le Jars de Gournay, allieva di Montaigne, di cui curò la prima edizione degli “Esseis”, ed autrice del trattatello “Egalitè des hommes et des femmes”

Riforma Protestante e Riforma Cattolica

Il grande evento religioso del VX e XVI secolo fu la Riforma protestante, fondamentale svolta storica che rompe definitivamente l’unità religiosa, politica e culturale europea. Con Lutero e Calvino (insieme a Montaigne, Erasmo da Rotterdam e Machiavelli) si infrange il monolitismo della cultura cristiano-latina ed inizia il processo di formazione delle nazioni. La critica del Potere, dell’Autorità papale e delle forme devozionali del cristianesimo, sono gli aspetti più eversivi della Riforma. Tra le donne riformate ricordiamo Caterina Von Bora, coraggiosa moglie di Lutero, il cui matrimonio sancì la fine del celibato dei preti in ambito protestate.

Emblematiche le storie di Ursula di Munstenberg (1491-1534) che fuggì con alcune compagne dal convento di clausura di Freiberg rifiutando la concezione oppressiva della vita religiosa delle donne con le parole del Vangelo “andate in tutto il mondo a proclamare l’Evangelo” (Marco 16-15) e di Elisabetta di Brandeburgo, che dopo 25 anni di matrimonio cristiano si convertì al luteranesimo e fu costretta a fuggire in esilio per evitare la prigionia imposta dal marito; sua figlia Elisabetta di Brunswick aderì al protestantesimo e alla morte del marito prese la reggenza del Ducato.

Particolarmente drammatica fu la condizione delle donne anabattiste, considerate eretiche sia dalla chiesa che dai protestanti, processate e condannate in gran numero per il loro radicalismo sociale e religioso, come l’olandese Elisabetta Dirks che possedendo una copia del vangelo in latino fu torturata dal 15 gennaio al 27 marzo del 1549 senza rivelare i nomi degli altri anabattisti, e quindi chiusa in un sacco e affogata.

Gian Lorenzo Bernini Estasi di Santa Teresa Roma S. Maria della VittoriaIl seme del rinnovamento riformista attecchì anche tra i non riformati, dando slancio ad una “controriforma” cattolica che vide la nascita di nuovi ordini, il gesuitismo, il giansenismo, il quietismo. Le religiose appartenenti ai nuovi ordini, innestate sulla scia delle sante mistiche medievali, sono accortamente gestite e controllate dalle gerarchie ecclesiastiche e rappresentano il principale tentativo di contrastare il cammino della modernizzazione nel nome di una rinnovata spiritualità. Tra tutte spicca la maestosa personalità della spagnola Teresa d’Avila, nata nel 1515 prese i voti contro l’autorità paterna nel 1537. Le sue “visioni” sono famose e molto complesse, la spinta alla salvazione delle anime le fece avere molti adepti uomini e fondare diciassette monasteri di Carmelitani scalzi. Il punto di partenza della sua esperienza religiosa e mistica fu senz’altro una percezione acutissima del sentimento del dolore esistenziale umano, inteso nelle sue dimensioni più radicali e profonde. Beatificata nel 1616 e canonizzata nel 1622 è stata proclamata “dottore della Chiesa” da Paolo VI nel 1970.

Sonetto – Isabella di Morra 800px-Castello_di_Isabella_Morra

(dialogo col padre lontano, nell’attesa vana del suo ritorno)

Torbido Siri, del mio mal superbo,

or ch’io sento da presso il fine amaro,

fa’ tu noto il mio duolo al padre caro,

se mai qui ‘l torna il suo destino acerbo.

Dilli com’io, morendo, disacerbo

l’aspra fortuna e lo mio fato avaro,

e, con esempio miserando e raro,

nome infelice e le tue onde io serbo.

Tosto ch’ei giunga a la sassosa riva

(a che pensar m’adduci, o fiera stella,

come d’ogni mio ben son cassa e priva!),

inqueta l’onda con crudel procella,

e dì: – M’accrebber sì, mentre fu viva,

non gli occhi no, ma i fiumi d’Isabella.

Sonetto – Gaspara Stampa

Piangete, donne, e con voi pianga Amore,

poi che non piange lui, che m’ha ferita
sì, che l’alma farà tosto partita

da questo corpo tormentato fuore.

E, se mai da pietoso e gentil core

l’estrema voce altrui fu esaudita,

dapoi ch’io sarò morta e sepelita,

scrivete la cagion del mio dolore:

«Per amar molto ed esser poco amata

visse e morì infelice, ed or qui giace

la più fidel amante che sia stata.

Pregale, viator, riposo e pace,

ed impara da lei, sì mal trattata,

a non seguir un cor crudo e fugace

Biblio:

Jacob Burckhardt – La società del Rinascimento in Italia – Newton Compton

Gaspara Stampa – Rime – Rizzoli ed.

Maria Bellonci – Lucrezia borgia – Mondadori Milano

Margaret L. King – Le donne nel Rinascimento – Laterza bari

Teresa d’Avila – Opere – O.C.D. Roma

Roland H. Bainton – Donne della riforma – ed. Claudiana Torino

Benedetto Croce – Isabella di Morra e Diego Sandoval De Castro, Sellerio, Palermo, 1983.

Baldacci – Lirici del Cinquecento – Longanesi, Milano, 1975.

Consigio di visione/lettura: La Regina Margot (La Reine Margot) film del 1994, diretto da Patrice Chéreau, basato sull’omonimo romanzo di Alexandre Dumas padre.

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Le donne umaniste e rinascimentali

La nuova idea di “Uomo rinascimentale” nasce da un crogiulo sincretico di culture: quella cristiana, quella ebraica e quella araba innanzitutto, ma si avvale anche delle culture rimosse del Medioevo, quella egiziana, la babilonese e, sopratutto, la ritrovata cultura greco-ellenistica, in un continuo dialogo tra vecchio e nuovo, tra primitivo e antiquario.

Fino al Rinascimento l’idea dominante rimarrà quella di una disuguaglianza di fondo nelle capacità intellettive e nella “funzionalità” dei due sessi rispetto ai ruoli sociali, con relative conseguenze sulle concezioni pedagogiche. Tra il XVI e il XVII secolo le nuove esigenze economiche e organizzative della società in mutamento sollecitano però un impegno più specifico nel campo educativo. E’ a questo periodo che risalgono infatti le prime distinzioni pedagogiche: educazione proiettata verso l’esterno per i maschi figli della classe dirigente e nobili, e un “saper fare” limitato all’ambiente domestico per le ragazze di tutti i ceti sociali. Si delinea quindi quel modello differenziale che governerà fino al XIX secolo l’universo scolastico europeo. Solo le voci isolate di Erasmo da Rotterdam e Martin Lutero proporranno nel Cinquecento un istruzione più ampia per le ragazze: il primo affinché ci fosse una buona intesa nella coppia e nella società in cui uomini e donne sono chiamati a vivere insieme, il secondo affinché le ragazze fossero in grado di leggere autonomamente la bibbia.

E’ a partire dal Quattrocento quindi, che la mutata struttura familiare mette a più stretto contatto genitori e figli, specialmente nelle città, ed è in questo quadro che le donne tendono ad assumere quel ruolomaterno, tipicamente borghese, che sarà precursore del nuovo terreno di protagonismo sociale e culturale per le donne dell’età moderna: il campo pedagogico. E’ da questa impostazione maternache le donne focalizzeranno un proprio punto di vista sull’educazione, separandolo da quello religioso che si riduceva alla formazione di “buone madri cristiane”, per poi rielaborarlo, nel Settecento e Ottocento, sulla base di una prospettiva scientifica e politica. Fino al Seicento comunque il dibattito sull’educazione fu comunque animato da intellettuali, letterati e pedagogisti uomini che proponevano un modello di approccio doppio a secondo del sesso, in seguito però ci saranno interessanti prese di posizione femminili spesso, ma non sempre, polemiche con i loro interlocutori maschili.

Emblematica da questo punto di vista è la figura di Alessandra Macinghi Strozzi, nobildonna fiorentina che dal 1447 al 1459 indirizzò al figlio Filippo, esiliato nel 1434 da Cosimo de Medici, un gruppo di lettere, la prima collezione epistolare in italiano scritta da una donna, che pone bene in risalto la nuova mentalità femminile in merito ai rapporti coi figli ed alle loro esigenze educative.

L’Italia sarà il luogo sorgivo dell’Umanesimo, già nel XIV secolo, con Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, che nel 1361 scrisse “De mulieribus claris” le Donne Illustri, trattato mitologico-letterario che elenca 106 figure femminili notevoli dell’ antichità, a partire daEva parente prima, fino ad arrivare a Johanna regina di Jerusalemme e di Sicilia che, al di la dei propositi moralistici, indica una mutata considerazione della donna in campo culturale. Il suo elenco di donne illustri servirà da modello per altri elenchi di donne celebri, anche formulati da donne filosofe, al fine di tracciare una genealogia del pensiero e dell’identità femminile che avesse origine nell’antichità.

L’idea della rinascenza non deve però far pensare ad un epoca ridente e positiva, XV e XVI furono per l’Europa secoli difficili e travagliati (l’Inquisizione romana o Sant’Uffizio, istituzione fondata dopo l’inquisizione medievale e quella spagnola, e tuttora esistente col nome di Congregazione per la Dottrina della Fede, fu fondata nel 1542) ma una lenta apertura alle donne dei livelli più elevati dell’istruzione, e l’accesso ai territori dell’arte e della letteratura comincia, non più solo in campo religioso ma anche in quello laico. Permane si il controllo sul pensiero femminile, ma nuove forme di conoscenza sono più a portata di mano, almeno per l’elite aristocratica e borghese.

Christine de Pizan presenta un suo libro alla Regina Isabella di Francia - minuatura

Nomi da ricordare nella letteratura tra XIV e XV secolo: la polemista e letterata veneziana (ma educata a Parigi) Christine de Pizan (1363- 1431) autrice de “La cité des dames” un testo di fantasiosa rivendicazione della dignità della donna al di là dei luoghi comuni che la vogliono inaffidabile e stereotipata sulle sue limitazioni come nelle virtù;

isotta nogarola - ritratto

Isotta Nogarola autrice del“Isotae Nogarolae de par aut impari Evae atque Adae peccato Dialogus” (1451) opera in cui si dibatte il ruolo differente della donna e dell’uomo nel Peccato originale;

Cassandra Fedele (n. 1466) donna di straordinaria cultura, che tenne lezione all’università di Venezia e di Padova, paragonata dal Poliziano alle Muse, a Corinna e a Saffo; Battista Malatesta capostipite di una genealogia di donne letterate ad Urbino, come la nipote Costanza Varano e la pronipote Battista Sforza.

Cassanda Fedele

Cassanda Fedele

Battista Sforza - ritratto di Piero della Francesca

Un importante cenacolo letterario era invece animato a Milano da Bianca Maria Visconti.

Due figure straordinarie del Quattrocento, accomunate dal flagello sociale della peste, sono Laura Cereta di Brescia e Caterina Fieschi Adorno, genovese. La prima, rimasta vedova molto giovane, per nulla scoraggiata continuò i suoi studi, fra le sue opere dense di riferimenti a Pitagora e ai Neo-platonici ricordiamo l’ “Orazio in asinarium Funus” (orazione per il funerale di un asino) metà seria e metà scherzosa, che narra la disperazione dell’anziano Soldo per la morte del suo asinello. La seconda, avendo letto con passione la Laude di Jacopone da Todi (quello che si augurava le peggiori malattie per scontare il peccato originale e la sua natura umana) si dedicò con totale abnegazione alla cura degli appestati nel Lazzaretto fino a morire essa stessa di peste.

Non va dimenticata in Italia la discreta tradizione di donne dedite a studi scientifici e di medicina praticati soprattutto nei monasteri, ma diffusi presto anche tre le laiche nelle Università di Napoli, Salerno, Bologna e Padova: Rebecca Guarna (XIII-XIV) scrisse trattati sulla febbre e sull’embrione; Abella (1380) scrisse il trattato “De natura seminis Homani”, Mercuriade pseudonimo che firma “De curatione vulnerum”, “De febre pestilenziali” e il “De unguentis”; Costanza Calenda (XIV sec) che insegnò medicina a Napoli,Dorotea Bocchi e Maria di Novella rispettivamente professore in medicina e professore in matematica all’Università di Bologna .

(e nel prossimo le Petrarchiste!)

Biblio:

Antonio Santoni Rugiu “Storia sociale dell’educazione” (Ed. Principato-Mi, 1988)

Fiorella Cichi, Liliana De Venuto “La scoperta dell’infanzia” (Ed. Principato – Mi – 1986)

Giovanni Boccaccio “De mulieribus claris”

Romeo De Maio “Donna e Rinascimento” – (Il saggiatore- Mi 1990)

Consiglio di lettura: “Rinascimento privato” ultimo romanzo di Maria Bellonci, autobiografia immaginaria di Isabella d’Este, vincitore del Premio Strega nel 1986.

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La grande caccia alle streghe

Un panorama di quel chiaroscuro sociale che furono i secoli dal XV al XVII non può omettere di indagare quel complesso di istituzioni, superstizioni e strumentalizzazioni che diede luogo al sanguinoso fenomeno della persecuzione delle streghe.

Con il termine “stregoneria” secondo quanto scrive Marc Augè alla voce in questione del volume 13 dell’Enciclopedia Einaudi, possiamo indicare, nei termini culturali della chiesa cristiana tardomedievale, tutte quelle sopravvivenze di culti e rituali pagani che nel corso del medioevo, ma soprattutto in prima età moderna, sono stati più o meno direttamente collegati al culto de Diavolo. Nelle popolazioni pre-cristiane infatti la Magia riguardava essenzialmente l’aspetto divino e quello medico, per cui ad esempio i vegetali erano studiati e utilizzati come strumenti per la guarigione, la divinazione, l’arte dell’incantesimo e il collegamento con le Divinità.

La persecuzione delle streghe è quindi, in termini esasperati ed autoritari, la prosecuzione in età moderna della lotta contro le eresie portata avanti dai Padri della Chiesa. Nel Medioevo infatti gli episodi di stregoneria vennero in genere interpretati come sciocche superstizioni o culti ingenui e primitivi di retaggio pagano: li si tollerava o reprimeva a secondo delle circostanze e opportunità. Fu dal 1435 al 1750 invece, che con un insieme di procedure ed eventi, si determinarono circa 110mila processi (la maggior parte dei quali tra la seconda metà del ’500 e la prima del ’600) e furono messe al rogo da tribunali ecclesiastici e secolari circa 60mila persone, il 75% delle quali furono donne. Esistono anche stime maggiori del fenomeno ed alcuni studiosi contano tra XIV e XVII secolo non meno di un milione di roghi di streghe.

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I crimini per stregoneria, durante il medioevo, erano rimasti affiancati a quelli per eresia, ma il clima di guerra di religione instauratosi in Europa con la Riforma protestante e quella cattolica creò le condizioni per una esasperazione dell’allarme religioso e un enfatizzazione del fenomeno. Finite le guerre di religione il fenomeno così inteso pressoché si estinse (ma sarà poi mai veramente scomparso?).

Il Cristianesimo riformato e contro-riformato volle separare totalmente magia e religione e recidere quel legame tra religione e superstizione che si era perpetrata soprattutto tra i contadini e nelle campagne.

La distinzione introdotta dagli umanisti tra “Magia Alta (astrologia, alchimia, cabbala) e Magia Bassa (incantesimi, rituali propiziatori, scongiuri, unzioni…), come pure quella tra Magia Bianca (o naturale, volta al bene) e Magia Nera (volta al male) non fu un valido argine al costruirsi di una dottrina demonologica, ma anzi accrebbe la confusione in materia. Il Cristianesimo ridusse quindi laMagia al Satanismo (o culto del diavolo) definendo quindi la stregoneria sulla base delle proprie interne superstizioni, per poi combatterla spietatamente. Questa teoria della magia come satanismo ha comunque origini e fonti diverse: l’immagine distorta che i romani avevamo avuto nei confronti del culto cristiano, la teoria delle eresie elaborata dai Padri della chiesa, l’immagine medievale del mago e del Diavolo.

Il Malleus Maleficarum (il martello delle streghe – 1486) degli inquisitori domenicani Heinrich Kramer e Jakob Sprenger, ilTractatus de hereticis et sortilegiis (1524) del magistrato pontificio Grillandus e le Disquisitionum magicarum libri sex (1600) del gesuita Martin del Rio furono i capisaldi della letteratura demonologica e stregonesca cristiana. Su questi testi e sul processo inquisitorio che si avvaleva della tortura negli interrogatori – dove l’accusatore obbligava l’imputato a discolparsi – le istituzioni cristiane e secolari furono in grado di attuare la più grande repressione dei confronti di presunte streghe e stregoni che la storia racconti, in Europa come in America. Attraverso l’Inquisizione si combattè il Profetismo (ad esempio quello di Savonarola), si criticò l’Umanesimo paganeggiante, l’aristorelismo, il sincretismo di Giordano Bruno e Tommaso Campanella, entrambi domenicani eterodossi, si combatterono le idee Luterane e Calviniste e si repressero sistematicamente tutte le forma di pratiche antiche, soprattutto rurali, che erano sopravvissute all’avvento dei monoteismi.

In sintesi la stregoneria si compendiava nelle pratiche del maleficio(atto magico volto a danneggiare salute o beni di qualcuno), stipulazione di patti col Diavolo che implicavano sottomissione ed esecuzione del volere del Demonio, la pratica del Sabba, riunioni di maghi e streghe con rituali sacrileghi, attività erotiche perverse,pratiche cannibaliche specie sui bambini, capacità di volare di notte.

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Nonostante lo sforzo di definire scientificamente le pratiche malefiche non si riuscì comunque a delimitare del tutto il campo del fenomeno tanto che fu frequente che le pratiche devozionali femminili più estreme furono etichettate come manifestazioni di santità o all’opposto di stregoneria su basi di convenienze politiche (abbiamo già parlato di Giovanna d’Arco bruciata come strega e in seguito beatificata dalla chiesa).

Quello che resta"Tre streghe" - J. H. Fussli (1782-83) storicamente dimostrato è che sia nella forma della santità che in quella della stregoneria, furono essenzialmente le donne ad essere prese in esame dai Tribunali dell’Inquisizione. Alla base permane l’idea tipicamente misogina della propensione delle donne alle pratiche magiche. Se si confrontano le informazioni pervenuteci sulle vittime dei processi viene fuori lo stereotipo della Strega: donna, di solito di età dai 50 anni in su, vedova o mai sposata, di condizioni non agiate, di comportamento eccentrico. Questo identikit mette nel mirino inquisitorio un insieme di figure femminili (ma anche maschili) esterne ai tradizionali vincoli familiari, spesso di scarsa cultura, a volte vittime di malattie mentali o socialmente indesiderabili.

Lo scenario storico della “grande caccia alle streghe” era indubbiamente minaccioso e inquietante: epidemie di Peste che decimavano paesi e città, gli scismi religiosi e le guerre che ne seguirono, le rivolte dei contadini, furono fattori di squilibrio sociale. I sentimenti che agitavano l’uomo erano l’orrore del peccato e la paura della dannazione, il senso di colpa dell’occidente si unì ad un forte senso di morte che spinse i poteri religiosi e secolari a trovare nella persecuzione delle streghe una valvola di sfogo strumentale alle grandi paure sociali.

La spiritualità femminile che si era finora espressa in modo marginale, ma comunque protetto, nella mistica e nei monasteri, a partire dall’età moderna e dopo la Controriforma, si trasferì nelle nuove forme della società civile diventando questione femminile,questione politica, economica e di Diritto.

Consiglio di ascolto: Mussorskyi UNA NOTTE SUL MONTE CALVO

Consiglio di lettura: Leonardo Sciascia “La strega e il capitano” (Adelphi)

 

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Le donne nel Medioevo – sante, mistiche, eretiche e regine (parte II)

Gli ultimi tre secoli del Medioevo sono caratterizzati dalla nascita delle città e dalla rinascita dei commerci e dell’artigianato, ma segnati da grandi inquietudini sociali e spirituali, da carestie e pestilenze che decimarono la popolazione.

Per quanto riguarda l’istruzione non esisteva un percorso educativo formalizzato, ne per le ragazze ne per i ragazzi, se non quelli proposti all’interno delle istituzioni religiose.

E’ comunque interessante osservare come nei testi dell’epoca, sia religiosi che laici, si manifesti un ansia classificatoria nei confronti delle donne: benedettine, cistercensi, francescane, augustiniane, umiliate, fanciulle educate nei monasteri e beghine è la divisione delle religiose proposta da Umberto da Romans, quelle laiche sono: nobili, ricche borghesi, serve presso ricche famiglie, donne povere di campagna e meretrici. La classificazione che regna su tutte è ad ogni modo la divisione in vergini, vedove e donne sposate, espressione chiara della convinzione che la donna possa essere definita esclusivamente in base al ruolo familiare. Il messaggio pedagogico comune a prediche, pastorali e trattati è riducibile ad un unica sola e irrinunciabile virtù: La Castità. Sono naturalmente da rifuggire la curiosità, le passeggiate, gli interessi intellettuali ma anche l’ozio, per il quale il rimedio è il lavoro domestico, il ricamo, la carità (elemosina e assistenza a malati e bisognosi). La società maschile crea così un ideale educativo di donna casta, modesta e misericordiosa, che risponde perfettamente alle strategie di custodia.

Le beghine di ville de Goes, Olanda -  Cecil (Mrs. George Hitchcock) Jay

Le beghine di ville de Goes, Olanda – Cecil (Mrs. George Hitchcock) Jay

Le donne, abbiamo visto, è solo limitatamente al campo religioso che assumono man mano ruoli sempre più importanti, all’interno delle nuove forme di culto e di istanze associative che si andavano formano, come appunto gli ordini monastici (Francescani Domenicani Agostiniani e Carmelitani i principali) e le comunità e congregazioni religiose. Le forme del misticismo e della religiosità della base infatti attuarono una sorta di controtendenza rispetto al ruolo istituzionale e politico che aveva assunto la chiesa in quei secoli e le donne, estromesse dalle gerarchie ecclesiastiche, escluse dall’istruzione superiore, ritenute fisicamente intellettualmente e moralmente inferiori agli uomini, dovettero fare affidamento solo sul proprio carisma spirituale, e si misero in evidenza come fautrici di un intenso misticismo, caratterizzato spesso da manifestazioni estreme.

Sulla scia di Ildegarda la scrittura religiosa diventa la modalità espressiva delle mistiche, tra cui ricordiamo Beatrice di Nazaret (1200-1268) che scrisse “Sevem manieren van Minne” (I sette gradi dell’amore). Hadewijch di Nivelles, mistica fiamminga che scrisse le sue Visioni, lettere e poesie e Matilde di Magdeburgo erano entrambe “Beghine”, donne laiche, e in questo già precorritrici dei tempi moderni, e di grande personalità, che si facevano carico di opere di carità e di assistenza. Il fatto che questo termine abbia poi preso un carattere quasi simbolo di un pietismo superstizioso fa parte di quelle sovversioni di significato che la storia ben conosce. Il misticismo della parigina Margerita Porete invece incappò nelle maglie dell’Inquisizione, ella rifiutò di comparire davanti al tribunale per un anno e mezzo e trascorse questo periodo in prigione, a Parigi. Non ritrattò neanche di fronte alla minaccia del rogo. Fu quindi dichiarata eretica e relapsa – cioè recidiva – e consegnata al braccio secolare perché eseguisse la condanna. Il primo giugno del 1310 Margherita fu arsa viva in place de Greve, alla presenza di una folla immensa e delle più alte cariche civili ed ecclesiastiche.

 216px-Santa_Chiara_d'Assisi_(Simone_Martini)In Italia tra la fine del XII e l’inizio dell’XIII secolo presso la chiesa di San Damiano ad Assisi, un gruppo di devote si raccoglie attorno alla figura di Chiara d’Assisi, che seguiva la Regola definita da Francesco d’Assisi, imperniata sulla povertà assoluta, sulla clausura e sulla preghiera. Un movimento spirituale lacerato tra le istanze contemplative e le esigenze caritative evangeliche.

Nel 1298 comunque, Bonifacio VIII impose l’obbligo della clausura stretta a tutto il monachesimo femminile, per ridurre al minimo le interazioni tra quest’ultimo ed il mondo esterno.

A partire da questa radice spirituale mistica si formeranno figure esemplari di una religiosità quasi selvaggia, spesso al margine dell’ortodossia, come Margherita da Città di Castello, di grande carisma, nata cieca e deforme, Chiara da Montefalco mistica del martirio e del sangue, poi canonizzata, e di Angela da Foligno, che espresse grande consolazione per la morte della madre del marito e dei figli, che la liberarono dalla servitù familiare per consegnarla a Dio.

Forme di estasi mistiche, stimmate, turbamenti psico-fisici, lunghe pratiche di digiuno e forme di grave anoressia, di autoreclusione, di autoflagellazione che riportavano al cristianesimo nascente e a un corpus di dottrine che sconfinavano con la magia e lo sciamanesimo, come nella vicenda di Guglielma figlia del re di Boemia (1210-1281) accolta nel convento Cistercense di Chiaravalle e della sua erede spirituale Maifreda da Pirovano cugina di Matteo Visconti, finita più volte sotto processo inquisitorio. La loro setta proponeva l’idea straordinaria di un incarnazione femminile di Dio, una teologia e santificazione assoluta dell’identità della donna. Maifreda fu arsa al rogo nel 1301. Anche Margherita di Trento, che divenne la compagna di Fra Dolcino, a capo della combattiva milizia degli Apostolici (poi sterminata dai Crociati) fu torturata e messa al rogo proprio perchè, come scrisse l’inquisitore Bernardo Gui “malefica et heretica consorte in scelere et errore”.

Brigitta di Svezia al contrario, per il suo alto livello dottrinale, divenne una vera e propria sgominatrice di eretici.

Di grande rilievo fu l’opera di Caterina da Siena (1347-1380) nata in una famiglia di 25 figli di cui ne morirono più della metà. A 16 anni aderì all’ordine Domenicano ma dal 1370 abbandona la ricerca ascetica e la clausura per dedicarsi allo stimolo e alla denuncia nei confronti del Papa e di Re e Cardinali, a causa dell’eccessiva compromissione della Chiesa con le “cose temporali” e per la ricerca della pace e del ripudio della guerra, come scrisse nel “Dialogo della divina dottrina”. Rimarrà laica e a capo di una comunità eterodossa di donne e uomini.

Stata di Jean d'Arc -Domremy

Stata di Jean d’Arc -Domremy

Ma quella che più di tutte è rimasta viva nell’immaginario collettivo e che ben rappresenta questo tipo di spiritualità Medioevale è sicuramente Jeanne d’Arc, vera e propria mistica combattente, nata nel 1412, analfabeta, figlia di contadini, divenne protagonista della riscossa francese contro l’Inghilterra nella guerra dei Cento Anni. Nelle sue Visioni i Santi la guidavano nella sua missione, religiosa e politica insieme. Fu interrogata molte volta dalla chiesa, per verificare la sua ispirazione ed accertarne la sanità mentale, infine fu arsa viva dagli Inglesi come eretica, a soli diciannove anni.

Poche sono invece le figure di donne regnanti, ricordiamo la “giudichessa” Eleonora d’Arborea, raro

arborea--400x300 esempio di donna stratega, nata in Catalogna intorno al 1340, si proclamò “giudichessa d’Arborea” secondo l’antico diritto regio sardo per cui le donne possono succedere sul trono al loro padre o al loro fratello. Il fiore all’occhiello della politica di Eleonora fu “La Carta de Logu”, nuova disciplina giuridica dei propri territori. Tra le norme più importanti sono da ricordare quelle che salvavano dalla confisca “i beni della moglie e dei figli, incolpevoli, del traditore”, i quali secondo quanto disposto dal parlamento aragonese diventavano servi del signore della terra. Inoltre la giudichessa inserì anche una norma che permetteva il matrimonio riparatore alla violenza carnale subita da una nubile solo qualora la giovane fosse stata consenziente.

Sancha di Maiorca (1285 – 1345), la Beata Sancha, fu invece Regina del regno di Napoli, in quanto moglie del re Roberto d’Angiò. Alla morte del marito abbracciò la regola di Santa Chiara finendo i suoi giorni in clausura convenutale.

La nipote di Roberto d’Angiò, Giovanna I di Napoli, fu invece una delle prime donne europee a regnare per proprio diritto perche, nonostante 4 matrimoni, alla morte dell’unico figlio avuto dal primo marito, rimase eredi. Nell’aprile del 1380, durante lo scisma papale, il papa Urbano VI la dichiarò eretica e scismatica per il suo appoggio all’antipapa Avignonese Clemente VII e la depose dal trono. Rinchiusa nella fortezza di Muro Lucano Giovanna d’Angiò fu raggiunta dai sicari il 12 maggio 1382 e assassinata. Il castello che sovrasta la cittadina è ancora noto come quello in cui morì “Giovanna la pazza”.

L’amore e la donna, da “Il nome della rosa” film di Jean-Jacques Annaud – 1989, tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Eco del 1980:

https://www.youtube.com/watch?v=pI6iS0GdDMw

Biblio:

“La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo a oggi” di Rudolph M. Bell ed. Laterza

“Mistiche e devote nell’Italia tardomedievale” Bornstein e Rusconi, Liguori, Napoli

“Medioevo al femminile”, Bertini, Laterza, Bari

“Donne moderne nel Medioevo. Il movimento delle beghine: Hadewijch di Anversa, Mectilde di Magdeburgo, Margherita Porete”‬, Dieudonné Dufrasne, Jaca Book‬, 2009

Margherita Porete – Specchio delle anime semplici annientate – ediz. San Paolo

“Guglielma e Maifreda. Storia di un’ eresia femminista”, Luisa Muraro, La Tartarugha, Milano 1985

“Il libro della Santa Angela da Foligno” tr. Dal latino di A. Castiglione Mummi

“La letteratura religiosa”, Giovanni Getto, Sansoni, Firenze

“Storia delle donne in Occidente”, Georges Duby e Michelle Perrot, vol. II, Il Medioevo, a cura di Christiane Klapisch-Zuber, Roma-Bari, Laterza, 1990

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Filosofe medioevali

Il mondo dell’alto Medio Evo fu un evoluzione della cultura e della spiritualità tardo antica; verso il V sec, con l’irruzione di nuove etnie e la disgregazione dell’amministrazione imperiale, si rende impetuosa l’esigenza di nuovi punti di riferimento e di un nuovo assetto sociale di cui si farà promotrice la Chiesa cristiana. La rete della cristianità fu capillare e trainante e la macchina ecclesiastica si sostituì ben presto all’apparato imperiale: il Papa prese il posto dell’ultimo Imperatore. Accanto alla Ragione classica si esplica così il concetto della Fede nella Rivelazione. Fu negli unici luoghi di diffusione della cultura, monasteri abbazie e chiostri che le donne occidentali intrapresero il lento cammino dell’emancipazione intellettuale.

La donna era sottoposta alle famose tre obbedienze (padre, marito, figlio), ma poteva anche essere sottomessa al fratello, al cognato o, in mancanza di altri parenti maschi, al duca o a un potente. Insomma, era bisognosa di protezione e di guida. Una delle questioni intellettuali di cui si discuteva “dottamente” era infatti se la donna fosse o meno dotata di un’anima, come l’uomo, oppure se ne fosse priva, come gli animali. La concezione della società cristiana non assegna nessun posto specifico alle donne.

Nuremberg_chronicles_f_143r_3Nell’alto Medioevo romano-germanico sono quindi pochissime le donne laiche di cui si tramanda notizia, Amalasunta (498-535 d.C.) figlia del Re ostrogoto Teodorico, di cui ci sono arrivate delle lettere; Eucheria, letterata, moglie del governatore di Marsiglia; Lutgarda, moglie di Carlo Magno, che frequentò la scuola Palatina.

Duhoda, moglie di un parente di Carlo Magno, scrisse un “Liber manualis” dedicato al figlio Guglielmo, in cui si delinea l’ideale pedagogico dell’aristocrazia del tempo, fondata sul sentimento dell’onore e sul rispetto della gerarchia dell’autorità: Dio, l’Imperatore, il Padre. Quasi nullo il rilievo dato ai sentimenti o al ruolo materno nell’educazione del figlio, che peraltro vive separato dalla madre, secondo le consuetudini “Ti invito dunque figlio mio, che tanto ardentemente vorrei a me vicino, di amare innanzitutto Dio (…) subito dopo temi ed onora il padre tuo. Ricorda che da lui ti viene la tua condizione nel mondo…” scrive la donna.

In campo religioso esistono invece numerose testimonianze di bibliotecarie, scrivane e amanuensi, insegnanti e biografe.23 Ostetricia

TROTULA

Dopo l’anno mille le spinte innovatrici e le rielaborazioni del pensiero cristiano e greco-latino continuano il processo di transizione culturale che porterà all’età moderna. E’ a partire dal X secolo, ad esempio, che risulta attiva la Scuola medica salernitana, che ebbe tra i suoi medici anche una donna, soprannominata Trotula a cui viene attribuito il trattato “Passionibus Mulierum curandorum” che affronta la materia medica che riguarda le donne non solo per le classiche questioni di ostetricia.

Il rapporto tra donne e scienza medica nel Medioevo è in effetti molto complesso: nell’orbita delle Università e Scuole ufficiali le donne erano tenute ai bassi livelli della gerarchia, ma dove le strutture erano più informali e di recente nascita, come nelle abbazie e negli ospedali nati sui percorsi di crociate e pellegrinaggi, il ruolo delle donne è più rilevante.

In questo scenario le due più esemplari figure del pensiero filosofico femminile medievale sono Eloisa del Paracleto e Ildegarda di Bingen.

Eloisa1362745294002abelardo

Nacque in Francia, probabilmente nel 1101, e morì nel 1164. Nipote del canonico di Notre-Dame, fu negli ultimi anni di vita badessa del convento di Paracleto, comunità monastica fondata nel 1131 dal filosofo Pietro Abelardo (1079-11429), convento nel quale la donna si era ritirata in seguito alla conclusione del suo legame con lo stesso Abelardo, suo maestro, iniziato quando lei era appena sedicenne. Documento della loro storia, vero e proprio Topos letterario, è il carteggio, denso di complessi riferimenti filosofici e dottrinali, che la donna invia al suo amante filosofo dal convento. Quando la relazione fu scoperta infatti, Abelardo, sinceramente legato ad Eloisa che intanto aveva messo al mondo, in gran segreto, un figlio, in casa della sorella, si offrì di sposarla, per placare le ire dello zio della donna, e nonostante il matrimonio fosse incompatibile con l’etica professionale che prescriveva per il filosofo la totale dedizione al pensiero e alla spiritualità. Il matrimonio, nonostante le proteste di Eloisa favorevole ad una separazione, avvenne nel 1119, quando Abelardo aveva 50 anni ed Eloisa 18, e fu tenuto anche questo in segreto. La scelta paradossale di un matrimonio che i due amanti continuarono a negare fino alla scelta di Eloisa di chiudersi in convento, da la misura della forza dei motivi etici e dottrinali condivisi dai due. Abelardo fu poi evirato durante la notte da sicari mandati dallo zio della donna e nello scandalo generale fuggì continuando a vagare per la Francia fino alla morte.

“Domino specialiter, sua singulariter” scrive la donna nella VI epistola del carteggio, descrivendo magistralmente la sua scissione tra due opposte dedizioni, come dire “sono di Dio in quanto “specie” suora e di Abelardo in quanto “individuo” donna. La sua dedizione assoluta, la determinazione con cui porta avanti la sua scelta e la finezza dottrinale con la quale documenta la sua esperienza umana, testimonia una grande individualità, pur dentro i confini dello scenario culturale del suo secolo.

Ildegarda

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Fanciulla di famiglia nobile e numerosa, visse fin da giovanissima nel monastero benedettino di Magonza. Imparò presto a leggere con l’aiuto della badessa e quando quest’ultima morì lei ne prese il posto. Nel 1147 Ildegarda era già nota come terapeuta ed oracolo e famose sono le sue visioni che, dopo approvazione del Pontefice, lei scriveva e mandava ai sovrani. Nel 1150 durante una delle sue visioni ebbe il difficile compito di fondare un nuovo monastero in un luogo brullo, a Rupertsberg, nei pressi del fiume Reno, e partì accompagnata dal monaco Volmar, da un gruppo di monache e da Ricardis, giovane suora a lei vicina. Nel 1165 Ildegarda fondò un nuovo monastero a Eibingen sul fiume Reno e nel 1178 era ormai autrice di numerosi testi che comprendono, oltre alle “visioni” dense di immagini potenti (il Cosmo è un uovo con la punta rivolta in alto, circondato di fuoco e illuminato da un globo di fuoco più scintillante; Dio è un uomo con doppie ali, con la testa cinta da una tiara da cui spunta un volto di anziano, e porta in braccio un agnello che si trasforma nella figura femminile di Amore, o Caritas, forza di fuoco che accende tutte le scintille viventi) anche un corpus di testi di scienze naturali (biologia, botanica ed erbe medicinali, astronomia, medicina, animali e pianeti) ed alcuni drammi musicali, inni liturgici e canti, che era in grado di comporre e suonare. Morì a più di 80 anni il 17 settembre del 1178. 7 ottobre 2012 è stata proclamata Santa e “dottore della Chiesa da Papa Benedetto XVI.

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O viridissima virga – composizione di Ildegarda di Bingen: http://www.youtube.com/watch?v=zdNZXKaincY

Biblio:

Medioevo al femminile, Laterza, Roma- Bari, 1989

La medicina di Santa Ildegarda, Loris Solmi, Milano, Riza

In un aria diversa. La sapienza di Ildegarda di Bingen, Mondadori, Milano

Storia delle donne in Occidente. Vol. 3 Duby Georges, Perrot Michelle, Economica Laterza

Studi sulla scuola medica Salernitana, ist. IT. per gli Studi Filosofici, Napoli, 1986

Elisa e Abelardo, le lettere, Mondadori, Milano 1984

Il Cavaliere la donna e il prete, Laterza Bari, 1991

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Le donne nel mondo romano

La leggendaria storia della nascita di Roma, l’inizio del grande Impero Romano, il cui sviluppo sarà condizionato da due fattori fondamentali – l’influenza greco-alessandrina e la diffusione del cristianesimo – inizia, neanche a dirlo, con uno “stupro etnico”: il ratto delle Sabine.

Il ratto delle Sabine – Giambologna (particolare)

Le cose non andarono a migliorare, e anche se gli storici sostengono che la donna che viveva secondo i mores latini e lo ius romano godeva, all’interno della famiglia, di un ruolo educativo ed amministrativo che le dava una discreta autorità, quelle di cui si ha notizia sono comunque mogli, amanti o figlie di intellettuali, o potenti: Cornelia, madre dei Gracchi, era figlia di Scipione l’Africano; Lelia e Ortenzia erano figlie di famosi oratori, la poetessa Sulpicia, che frequentava il cenacolo letterario di Massala Corvino insieme a Tibullo e Ovidio, era figlia di Servio Sulpicio Rufo e poi Clodia-Lesbia, l’ amante di Catullo, e Corinna, amante di Ovidio. Plotina, imperatrice filosofa, moglie di Traiano, Servilia, figlia di un console, accusata di pratiche di magia e condannata a morte da Nerone, Cleopatra, regina d’Egitto amante di Cesare e Antonio, Elvia, saggia madre di Seneca, Pomponia Paolina, sua seconda moglie e ancora Faustina Maggiore, moglie di Antonino Pio e Faustina Minore, moglie di Marco Aurelio, Agrippina, madre che più volte il figlio nerone ha cercato di uccidere. Insomma, tutte donne di una ristretta cerchia aristocratica, di buona cultura e cresciute all’ombra di uomini illustri.

Le fanciulle di ceto modesto potevano comunque frequentavano le scuole elementari pubbliche, quelle ricche avevano precettori privati.

Nel mondo romano comunque, così come in quello greco, il rapporto autonomo tra donne e conoscenza è mediato principalmente dalla religione che, come è tipico del paganesimo occidentale, era pubblica e radicata nella vita sociale. Profetesse, sacerdotesse, imperatrici-sacerdotesse, vergini, vedove, visionarie: la donna, per assumere un ruolo significativo in campo culturale doveva svincolarsi dalla famiglia tradizionale.

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John William Godward – Vestale

l più famoso culto curato dalle donne fu quello di Vesta, mutuato – in forma più solenne – dalla sua equivalente greca Hestia; Le vestali tenevano acceso il fuoco sacro, nato per dare alla città una fonte continua per i focolari, e divenne ben presto un culto statale: le prime Vestali furono le figlie del re. Poi una di esse venne messa incinta da Marte, nacquero due gemelli…il resto è storia. Oltre alle Vestali che  facevano voto di castità per i 30 anni di durata del servizio,anche i culti misterici per la custodia dei morti e il culto di Cerere erano affidati alle donne; dal II secolo sec a.C. s’importa dall’Egitto il culto a sfondo erotico di Iside, malvisto dai tradizionalisti, che proponeva un immagine egualitaria della femminilità e a cui aderivano prevalentemente donne che non avevano legami familiari e straniere, ma fra i devoti si contavano anche molti uomini.

Il primo bordello legalizzato di cui si ha notizia risale invece alla fine del 500 a.C., all’epoca greca di Solone, mentre in contemporanea scompariva del tutto o quasi la prostituzione sacra, il che dimostra che infondo non è questo il “mestiere più antico del mondo”.

Con la diffusione del cristianesimo, l’atteggiamento nei confronti delle donne viene caricato dal senso di colpa legato alla presunta impurità e debolezza che segna la loro condizione. Ma attraverso il concetto di peccato si offre una via di redenzione e di sottomissione a un Autorità maschile:di fatto le donne vengono emarginate dal culto, se ne limita l’istruzione, sono escluse dal sacerdozio, e dall’insegnamento, se ne esige l’obbedienza totale: “Mulieres in ecclesiis taceant” scrive San Paolo. Se si pensa che la Chiesa nei secoli medievali sarà l’unica istituzione occidentale, si può ben coprendere il peso e il significato di queste esclusioni. Questo è particolarmente vero per l’ebraismo vetero-testamentario e per il cristianesimo medioevale (a confronto con quello bizantino), ma lo fu un po’ meno per il cristianesimo evangelico, la cui figura femminile era nobilitata da una missione morale e illuminata da esempi di donne sante e martiri, in parte mutuate dal paganesimo, prima tra tutte la complessa figura divina e umana di Maria, e le altre donne del Nuovo Testamento portatrici del messaggio divino come Maria di Magdala, Marta, la Samaritana, Elisabetta, Anna.

Francesco Hayez - Maria Maddalena

Francesco Hayez – Maria Maddalena

Per tutta la tarda antichità e l’alto medioevo la donna è stata quindi allo stesso tempo ipostatizzata dal cristianesimo ed emarginata dalla chiesa. E’ a partire dal XI secolo che si assiste a una lenta apertura delle porte della religione, della cultura e dell’istruzione alle donne, che porterà in ruoli di rilievo anche loro come mistiche teologhe, badesse.

Il rovescio dell’idea della santità femminile è però il rifiuto della diversità femminile, che viene ben

A.F. Sandys - Maria Maddalena

A.F. Sandys – Maria Maddalena

presto associata all’eresia (non furono poche le donne coinvolte nei movimenti ereticali che si formarono a partire dal II sec. d.c. come ad esempio Marcellina, seguace di Carpocrate e Filomena seguace di Apelle) e alla magia, lascito delle culture pagane. Fomentate dalla marcata misoginia di chierici e monaci, la casta culturale dell’epoca, queste idee culmineranno nella persecuzione delle “streghe”.

 

Biblio:

Storia di Roma – Momigliano-Schiavone, Einaudi 1989

Femminismo a Roma nel primo Impero – Sirago, ed. Rubettino

Aspetti e problemi della religione romana – G. Piccaluga, Feltrinelli

Medioevo greco-latino – Berschin, tr.it. Liguori

La filosofia antica – Adorno, Feltrinelli

La sindrome del Sultano – le prostitute nell’impero degli uomini – Oria Gargano, ed. differenza donna

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Ancora sul mondo greco – Ipazia e le altre

La struttura sociale del mondo greco, così come le democrazie, erano caratterizzate da duri rapporti di subordinazione e l’economia era largamente basata sulla schiavitù: ad Atene, nel IV sec a.C, gli schiavi costituivano più del 50% della popolazione, poi c’erano i meteci, stranieri, e solo 20.000 su 400.000 mila abitanti erano cittadini a pieno diritto.

B.Gustave Clarence Rudolphe - The Slave Market

B.Gustave Clarence Rudolphe – The Slave Market

Il ruolo delle donne andrebbe quindi inquadrato nella complessa gerarchia sociale, ma implicava comunque sia una distinzione che una subordinazione al ruolo maschile. Erano escluse dalla cosa pubblica, dal voto e tranne rari casi dagli affari di governo; ricevevano un’educazione domestica e andavano in spose molto presto, mentre gli uomini spesso proseguivano la loro formazione sposandosi in età più adulta, creando così le premesse per un rapporto di coppia di tipo paternalistico.

Una forma importante di collegamento accessibile che rimaneva col sapere e l’autorità fu la religione e la sfera del sacro. Il culto di Atena, dea guerriera per cui fu innalzato tra tutti il Partenone, e quello di Afrodite, dea della bellezza, prevedono un ruolo preminente delle donne, ma già dicotomico. Inoltre chi aveva una funzione di autorità religiosa rimaneva tendenzialmente nubile, come le Melissai, le “api” di Demetra che vivevano separate dagli uomini.

Demetra

Demetra

Per la loro estraneità alle regole e ai vincoli familiari a fruire di una relativa libertà di azione erano soprattutto le Etère, sorta di intellettuali a pagamento, donne straniere che praticavano il concubinaggio e la magia (intesa come ricerca di tecniche per dominare la natura in contrapposizione alla religione, che implica la sottomissione a una forza superiore) e potevano dedicarsi alle arti e alla cultura accumulando anche discrete fortune. Nell’antica Grecia funzionava più o meno che l’uomo che poteva permetterselo aveva più donne: la moglie per badare alla gestione della casa ed alla generazione dei figli, la porné, prostitute più povere e senza mezzi e l’etèra per le conversazioni colte e per l’accompagnamento in pubblico.

Molte e importanti le guaritrici e le donne medico, tra cui ricordiamo Artemisia e Agnodice (IV-III sec a.C.).

 

Le filosofe

Filo–sofia è un termine adoperato da Platone nel IV secolo a.C. per definire la ricerca di conoscenze e rinviava ad una più antica Sofia o Sapienza che ha le sue radici all’alba del mondo greco nei secoli VIII e VII a.C., è collegata con la religione e il mito unendo l’aspetto pratico con quello spirituale. Anche Pitagora e la sua scuola erano qualcosa a metà tra la congregazione religiosa e una scuola di filosofia e il Maestro era venerato come Daimon. Un arte antica dunque, per sapienti e illuminati, dove è possibile ipotizzare il ruolo attivo delle donne dalle tracce presenti nei miti (vediarticolo le origini) . Secondo quanto ci viene tramandato da Giambico (251 -325 d.C.) nella sua Vita Pitagorica, le principali discepole di Pitagora furono diciassette: Timica, Filtide, Occelo, Eccelo, Chilonide, Cratesiclea, Teano, Miia, Lastenia, Abrotelea, Echecratia, Tirsenide, Pisirrode, Teadusa, Boio, Babelica, Cleecma. Della prima si racconta che pu di non divulgare i segreti della propria setta giunse a mordersi la lingua e a sputarla. Teano invece sposò il successore di Pitagora, Aristeo, e si occupò di matematica e medicina.

Anche la scuola epicurea era aperta a uomini e donne e nel giardino di Epicuro alcune di loro divennero molto famose, come Temista o l’etéra Leonzia (o Leontina) figura discussa di grandissima cultura, che scrisse un testo polemico contro Teofrasto, il successore di Aristotele alla guida del Liceo. E come non citare infine Diotima, personaggio che nel Simposio di Platone ha il compito di spiegare e discutere con Socrate temi fondamentali come l’amore e l’eros, come già Saffo prima di lei (vedi: Saffo).

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La più rilevante filosofa che ci viene tramandata dall’antichità greca è però sicuramente Ipazia di Alessandria, filosofa neoplatonica pagana, morta presumibilmente nel 415 d.C., figlia del matematico Teone, si occupò essa stessa di matematica e astronomia e scrisse il “Commento all’Artmetica di Diofanto; “Sulle coniche di Apollonio” e un “Corpus astronomico”. Studiò ad Atene platonismo e aristotelismo influenzando in seguito gli ambienti filosofici Alessandrini e sosteneva la distinzione tra filosofia e religione acquisendo prestigio anche politico, ciò le procurò il rancore degli ambienti cristiani finché non fu aggredita e uccisa in un agguato in strada da parte di un gruppo di fanatici guidati dall’Ecclesiaste Pietro i cosidetti “parabolani”e con la sostanziale approvazione del Patriarca Cirillo di Alessandria (poi fatto santo dalla chiesa) che la riteneva responsabile delle persecuzioni ai cristiani. La sua figura eccezionale di filosofa, scienziata e maestra pagana in un epoca in cui la Chiesa con i suoi Padri assumeva sempre più ruolo istituzionale e procedeva all’esclusione della donna dal culto e dai ruoli sociali predominanti, diventa così un simbolo di quell’antica tradizione della sapienza femminile arcaica e quindi sgradita più in quanto studiosa che per la sua fede pagana: le donne non dovevano più parlare nelle assemblee pubbliche o nei luoghi di culto, e men che meno insegnare nelle scuole. Così famosa da essere ritratta nel famoso affresco di Raffaello “la scuola di Atene”

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Dalton_atomic_symbolsNel I secolo d.C. Visse ad Alessandria anche Maria la Giudea detta Miriam, seguace del culto di Iside, che viene ritenuta dagli storici della chimica come la fondatrice dell’Alchimia. Tra i sui scritti c’è il “maria practica” un manuale pratico di alchimia. A lei si devono la scoperta di alcuni procedimenti di base e la costruzione della strumentazione da laboratorio che verrà adoperata fino al XVII secolo.

Il periodo ellenistico vide comunque una relativa presenza femminile anche nella sfera politica, agevolata forse dall’istituzione della scuola pubblica elementare e media (anche se la sua frequenza era comunque riservata ai cittadini a pieno diritto) con una serie di autorevoli e potenti regine come le macedoni Olimpiade e Arginoe II (m.250 a.C.) o le Egiziane Nefertiti e Cleopatra VII (69 -30 a.C.) ultima regina d’Egitto, che convisse prima con Cesare e poi con Antonio a Roma, fino a che fu vinta da Ottaviano che mise a morte anche Cesarione, il figlio da lei avuto da Giulio Cesare. Viene ricordata nei versi di Virgilio e nelle opere di Shakespeare, immaginata da pittori e registi e diventa, in tempi moderni, icona della femme fatale.

E’ a partire dal V secolo circa che la filosofia, trasformata in sofistica, si allontana definitivamente dalla Sofia ed acquista gradatamente le caratteristiche di un sapere logico, che ricorre al Lògos, al discorso, differenziandosi così dalla logica delle metamorfosi propria della tradizione mitologica e religiosa per diventare una logica astratta.

 

Biblio:

Storia delle donne, l’antichità, vol.1 di P. Schmitt Pantel, Laterza, Bari

Le origini del pensiero greco di J.P. Vernant tr. it. ed. riuniti, roma

I greci e gli dei, A. Brelich, Liguori, Napoli

Nonostante Platone di A. Cavarero, ed. riuniti, roma

De mulieribus claris di G. Boccaccio tr. It vol. 10 delle Opere complete, Mondadori, Milano

Il mondo ellenistico, F.W. Walbank, il Mulino, Bologna

H. M. Leicester Storia della chimica, isedi, Milano

G. Berretta Ipazia di Alessandria ed. riuniti, roma

Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo, La Lepre Edizioni, Roma

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Saffo e il mondo greco

Partiamo dalle donne in carne ed ossa, poetesse, filosofe, etére, regine, profetesse, oracoli, religiose, sorvolando sulle pur numerosissime dee, muse, baccanti, ninfe ed eroine epiche.

Baccanti

Tra le prime donne che hanno avuto un valore letterario, spicca l’insuperata Saffo; “Saffo la bella” come la chiama Platone nel Fedro, la leopardiana “misera Saffo”, insomma, Saffo di Lesbo.

Saffo

Nata in un isoletta paradisiaca prossima alla costa anatolica e resa famosa proprio per averle dato i natali (e al cui nome in seguito Catullo si ispirerà per la sua amata/odiata Lesbia), visse a cavallo tra il VII e il VI secolo a.C., in una famiglia nobile e, tranne un breve periodo di esilio in Sicilia voluto dall’allora tiranno Pittaco la famosa poetessa e maestra visse la sua lunga vita a Mitilene, dove si ha notizia del suo matrimonio con Cercila di Andro, da cui ebbe una figlia, Cleide, come la nonna. Conobbe il poeta Alceo che la definì “dolcebruna, pura, dolceridente Saffo” e morì piuttosto anziana per i tempi.

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Saffo e Alceo – Alma Tadema

Leggende di origine popolare le attribuiscono un amore infelice e un conseguente suicidio, che ispirò al Leopardi, in un evidente proiezione psicologica, il sopra citato “ultimo canto di Saffò”; altrettanto leggendarie sono le notizie relative alla sua bruttezza e depravazione diffuse dalla commedia attica e smentite da autorevoli fonti storiche.

A proposito di Saffo di Lesbo è bene specificare che la pratica dell’omosessualità della Grecia antica, pratica diversa da quella attuale, prevedeva rapporti di cura tra uomini e fanciulli delle classi alte come parte integrante dell’ educazione, con eventuali risvolti sessuali del rapporto intellettuale ed affettivo che si veniva a creare ancora dibattuti, che non escludono l’amore idealizzato ma neanche forme meno sublimate di vicinanza. Parliamo comunque di omosessualità maschile, non vi è traccia di rapporti del genere tra donne, nella Grecia antica. Da qui l’immagine scandalosa prodotta dai versi di Saffo per le sue alunne e amiche Dika, Attide, Ermione, Anattoria, e da qui l’immagine, già della classicità, di una donna licenziosa. Questo per esclusione e ignoranza del contesto in cui si inquadra la straordinaria esperienza umana di Saffo come donna e come poetessa e cioè il Tiaso.

Il Tiaso era una sorta di collegio, un coro di giovani fanciulle nobili, che Saffo dirigeva a Mitilene secondo la consuetudine pedagogica di allora, accompagnandole verso la maturità, in un arco di tempo sospeso della vita, ritagliato dal mondo circostante, con sua sollecita partecipazione e in una dimensione psicologica e sentimentale prettamente femminile che ha fatto e fa tuttora scorrere fiumi di inchiostro e di immagini: un mondo di sole donne.

Un’associazione di carattere religioso dove le giovani venivano iniziate al culto di Afrodite, un ambiente esclusivo, un microcosmo autonomo in cui lo stile di vita ruotava attorno alla giovinezza e ai sentimenti, nel quale soggiornavano temporaneamente le ragazze che intanto venivano preparate al matrimonio, che rappresentava l’ingresso nella vita sociale. I legami tra le sue componenti erano talmente forti e indissolubili da rendere partecipe l’intero tiaso di ogni vicenda del gruppo, similmente ai maschili simposi. Si studiava il canto, la danza e la musica, si partecipava a cerimonie e una volta pronte le ragazze abbandonavano quel luogo ovattato e questo spiega la pena e la lacerazione del distacco dalle fanciulle del Tiaso cantate dalla Maestra, che teneva viva nel ricordo e nella poesia la storia di ognuna di loro, in attesa della prossima arrivata, dono e tormento di Afrodite.

 

“Io dico che qualcuno di me si ricorderà” (fr. 146 LP)

 

Alcuni lunghi componimenti e numerosi preziosi frammenti arrivati fino a noi, molti attraverso citazioni di eruditi e studiosi, ci mostrano un’opera divisa in nove libri, come le muse: canti lirici, epigrammi, versi elegiaci, giambi imenei ed epitalami, accompagnati dalla musica.

Come i secoli hanno cancellato i colori vivaci e caldi dalle statue e dai templi consegnandoci un’imitazione di arte candida e di purezza di forme, così le difficoltà di traduzione, la mancanza degli strumenti dell’epoca, la differenza di sensibilità e le deformazioni di giudizio rendono difficile l’interpretazione dei frammenti, ma questo non basta a rendere meno potenti le sue celebrazioni dell’amore e dell’eros, presentati come le più intense espressioni della vita, forze che quasi trascendono gli umani sentimenti per diventare impulsi metafisici. La “decima musa”, fu chiamata dai contemporanei, a rendere cristallino il suo valore poetico, come se Saffo avesse inventato la poesia stessa.

 

 

Echi dal Tiaso

Venere Callipigia, museo archeologico di Napoli

Venere Callipigia, museo archeologico di Napoli

 

“Eccoti, ben arrivata, io di te smaniavo,

un refrigerio per la mente ardente d’amore”

(fr. 48 LP)

 

“Latona e Niobe con molto affetto erano amiche…”

(fr. 142 LP)

 

“…davanti a me ti ammiro

Ermione e potrei

paragonarti alla bionda Elena

per un mortale, se questo fosse

(possibile)”

(fr. 23 LP)

 

“Le Cretesi talora così su piedi leggeri

rmoniose danzavano ai lati del caro altare

sull’erbetta tenera in fiore morbida…”

(fr. 188 LP)

 

“Credimi vorrei morire”,

lei mi piangeva lasciandoci.

Pure questo mi disse:

“Saffo malvolentieri ti abbandono”

Ed io così risposi:

“parti lieta e ricordati di me,

sai quanto ci amavamo.

Se non altrimenti, sarò disposta io

a ricordare…

…il nostro passato.

Le lunghe trecce di fiori

attorno al delicato collo

e quell’olio odoroso,

prezioso, che ti cospargevi

sulla pelle…unguento reale

e quando sul morbido letto

delicata…

acquietavi il desiderio…

Neanche una danza, un coro

o una festa nunziale

ci trovava assenti,

né il recinto sacro…”

(fr. 94 LP)

 

Biblio:

I lirici greci – trad. di S. Quasimodo, Mondadori – Milano

I lirici greci – trad di F.M. Pontani, Einaudi – Torino

La letteratura greca – Cambridge university, tr. it. 2° vol – Mondadori – Milano

Frammenti – Saffo – ed. Acquarelli – (VR)

 

 

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